Testi e poesie sono tutelati dai diritti d'autore. © Daniela Lampasona
Talvolta
Come bambini, ancora pien di aspettative,
apriamo le nostre finestre in cerca
di stelle e di comete.
Talvolta parliamo alla luna e
talvolta sentiamo ancora il sole che ci scalda.
Talvolta però.
Spesso, con pieni gli occhi di ricerca,
non ci accorgiamo più,
di una piccola foglia
caduta sul davanzale.
Daniela Lampasona
Confuso tra cipressi
Confuso tra cipressi silenziosi,
albero amante di chiari tramonti
dolcemente non si ribella al vento
che foriero di cose rapite porta
da un ramo all'altro raggi di luna.
Come fazzoletto sventolante
il ramo baciato dal vento si dondola,
riporta alla memoria infanzia remota,
come corso d'acqua pura e tranquilla.
Sotto un cielo di seta verde, rosa e gialla
fiammeggiante come la tua chioma, corro
verso il ruscello mentre una stella ammicca.
Lunghe file di cipressi tacciono nella notte
solo la tua voce e quella del vento giocano
col rumore dei passi stanchi sul selciato.
All'alba un raggio di sole duellerà: sciabola allegra.
Allora il tuo canto come quello dell'Allodola
riempirà le valli e le acque tranquille del ruscello
porteranno l'annunzio di quest'amore pel mondo.
Cipresso amante di chiari tramonti,
correrò da te come l'assetato alla fonte,
come il beduino all'oasi
come la neve alla montagna
come l'allegria al sole
come la notte all'alba
come l'aurora all'amore.
Amore stella del mattino:
giorno ridente acqua cheta e cristallina,
vergine fonte di montagne inesplorate,
rio canterino, fila di cipressi silenziosi.
Amore mio affamato di giustizia
assetato di calde carezze
come una gattina infreddolita
nascosto in una fila di cipressi.
Reno Bromuro
Ciao Renù! 12 giugno 2009
Sul pianeta del tempo ritrovato
Avevo cercato altri pianeti, altri abbracci da quando lei mi aveva lasciato. In compagnia del mio fedele elefante Babu, avevo abbandonato la terra in un giorno di pioggia, senza aspettare che l’arcobaleno rischiarasse un cielo, quello terrestre, che sentivo non appartenermi più. Babu, l’elefantino azzurro che mezzo mondo aveva ammirato negli spettacoli circensi, era voluto venire con me a tutti i costi, fuggendo da domatori crudeli che non facevano altro che trattarlo come un fenomeno da baraccone. Con me almeno, di certo, non avrebbe avuto più frustate.
Avevamo già esplorato due pianeti, entrambi abitabili ma deserti. Non era certo quel che volevamo: di desolazione il nostro cuore era già pieno. Io e Babu desideravamo due braccia che ci stringessero senza secondi fini, un mondo nuovo in cui essere parte di un sogno nel quale perdersi per il resto dei nostri giorni. E l’avremmo trovato, ne eravamo sicuri. Nei momenti difficili, persi tra stelle che non brillavano, tante volte l’elefantino azzurro mi aveva fatto coraggio, carezzandomi con la sua lunga e morbida proboscide, e tante volte io mi ero assopito sul suo grande cuore, nutrendomi di battiti sinceri. Sulla Terra, prima di partire, avevamo sentito parlare di un pianeta senza nome, abitato soltanto da una ragazza e dai fiocchi di neve più soffici e puri.
Lì e solo lì eravamo diretti. La ragazza si chiamava Elisa; era nata e cresciuta sulla terra, ma sentendosi costantemente un pesce fuor d’acqua, sentendosi a disagio tra gli umani, spesso egoisti e cattivi, all’età di vent’anni aveva deciso di trovarsi un pianeta tutto suo e di vivere lì, dipingendo quadri di una bellezza indicibile. Suo padre era un astronauta e lei, in un giorno d’Autunno, era partita con lui alla ricerca del pianeta senza nome, che anch’io e Babu presto speravamo di raggiungere per ritrovare il tempo perduto.
Elisa dipingeva spesso l'autunno e, in quegli istanti, il suo pensiero andava a quando, con suo padre, aveva intrapreso il viaggio per giungere sul pianeta senza nome.
Ancora oggi ricordava quel giorno: la sottile pioggia che scendeva pareva essere attesa da uomini e piante e il suo poggiarsi su ogni essere del creato sembrava una benedizione.
Il padre di Elisa, mentre lei giocava come una bambina a schizzare acqua pestando coi piedi le pozzanghere che via via si formavano, era sceso nei campi e, incurante della pioggia che lo bagnava, aveva piantato i semi.
Quanta riconoscenza aveva verso quell'acqua che gli permetteva di avere un così morbido terreno da fargli bastare solo poca fatica per esser fecondato!
Ma poi, all'improvviso, tutto fu un boato...
La pioggia, che fino ad ora era caduta lenta, ad un tratto aumentò il suo ritmo, picchiettando forte da tutti i lati.
Tante volte si era detto che bisognava stare attenti a quella montagna che si ergeva al limite del loro paese.
Si sarebbe dovuta rimboschire;
la terra era troppo friabile e un giorno o l'altro sarebbe potuta crollare all'improvviso.
E così fu. A un tratto tutto fu fanghiglia.
L'insistenza pesante della pioggia, aveva fatto sì che la montagna non riuscisse più a tenere per sè le zolle di terra che, espandendosi, inzuppate d'acqua, si dirigevano libere in ogni dove, ricoprendo e trascinando tutto ciò che incontravano.
Si sentivano urla acute e sommesse, veli e mantelli spessi di fango cominciavano a ricoprire ogni cosa e i bei colori contrastanti dell'autunno avevano lasciato il posto ad un unico colore sporco di poltiglia marrone.
Il papà di Elisa si salvò per miracolo da quella corsa di acqua e fango che invase ogni campo, ogni strada, ogni luogo, ogni anfratto e, seppure a fatica, riuscì a portare in salvo anche la figlia.
Così, dopo aver perso tutto e prestato soccorso alle persone in difficoltà, decisero di partire alla ricerca di un pianeta che forse esisteva solo nei loro sogni.
Con grande meraviglia, dopo un lungo girovagare per l'universo, lo trovarono.
Sul nuovo pianeta, c'erano momenti in cui Elisa si sentiva così privilegiata che il mare che dipingeva sembrava sprigionare la gioia dell'esistenza stessa.
I colori blu, azzurro, bianco, verde erano distribuiti così abilmente, da sembrare che su quella tela ci si potesse quasi tuffare.
Lei stessa tante volte, ad opera finita, avvicinava la mano al suo dipinto, speranzosa che una piccola ondina allegra potesse coinvolgerla in questo magico contatto e, siccome questo non avveniva mai, le stelle la sentivano ridere per aver creduto che in quel pianeta tutto fosse possibile.
Elisa si alzò di scatto, nella spaziosa capanna che lei stessa aveva costruito. Urtò uno dei suoi quadri che, cadendo, rotolò fuori, mostrando alle stelle un mare di girasoli voltati verso la luna. Dopo mesi e mesi di silenzio le sembrò di udire dei passi, diretti verso di lei e sempre più forti. Il padre dormiva ancora pesantemente, sbuffando come un cavallo che sprinta per battere i rivali. Elisa scelse di non svegliarlo, si fece coraggio e, impugnando il suo pennello come se fosse un’arma uscì, decisa a scoprire cosa stava accadendo. Il gelo penetrava nel suo vecchio pigiama in pile, così tanto che anche la pecorella disegnata sul petto sarebbe voluta scappare per tornare al tepore della capanna. La ragazza non si mosse, immersa in un silenzio che le faceva stringere e galoppare il cuore. Sentiva che stava per accadere qualcosa di grave, sarebbe voluta tornare indietro, ma sapeva che ormai era troppo tardi. D’un tratto, una mano grande e pelosa sbucò da dietro, da un’oscurità che neanche le stelle più luminose riuscivano ad accendere. Quella mano enorme stava per soffocarla, Elisa nulla poteva opporre a quella forza mostruosa. Il pennello le cadde dalla mano ancora tinta di giallo dai girasoli, “E’ finita”, pensò. Provò ad urlare ma dalla sua bocca non uscirono che flebili gemiti, pregò che suo padre o qualcuno venisse a salvarla e, quando fu sul punto di svenire, i suoi occhi annebbiati videro una strana forma di luce, intensa e allungata: una proboscide illuminata dalla costellazione di Orione afferrò l’enorme creatura pelosa dietro di lei e, in un batter d’occhio, la ricacciò nel buio profondo. Elisa sentì come un guaire, poi non vide e sentì più nulla.
Ferma e spaventata, Elisa sembrava un piccolo leprotto tremante che, sfuggito appena dalla morsa di una fiera, stremato ma sicuro di essere in salvo, cerca di riprendere fiato dopo lo scampato pericolo.
I suoi occhi, annebbiati dalla paura, davano allo sguardo un aspetto statuario, e il bagliore delle stelle adagiato sul suo viso, lo facevano apparire ancora più bello.
A dispetto di quella staticità corporea, il suo pensiero fluttuava tra mille immagini di ricordo e speranzoso futuro.
Erano frammenti reali e traboccanti di fantasia, dove ora l’uno ora l’altro giocavano a venirle per primi d’innanzi:
grandi distese di girasoli, delfini con ali su cui lei poteva volare, l’arcobaleno che espandeva in cielo i suoi colori, i poveri del suo paese che si riparavano dal freddo con dei cartoni, bambini felici che cantavano cori in tutte le lingue, lunghe corsie di ospedali, uomini e donne che si aiutavano tra loro, e alberi, e fiori, tanti fiori, papaveri, tulipani, un ruscelletto che scendeva da un monte, una barca, un faro.
E quel faro le diede un’emozione così grande che rimase fra i suoi pensieri come unica immagine, ed entrando in questa, Elisa cominciò a fantasticare.
Le piccole stelle lontane, che gareggiavano a luccicare fra loro, brillavano allegre nell’ immensità del cielo.
Il mare, attraversato da venti interni, pareva esser diverso da tratto a tratto.
Il maestoso faro di Elisa emetteva un imponente fascio di luce e faceva risaltare ora una zona di mare con le ondine, ora una zona liscia come l’olio; il raggio di luce sembrava carezzare la distesa d’acqua con delicatezza e allo stesso tempo dava l’impressione di frugare, intrigante, fra le onde.
Era affascinante vedere che lì, in quell’ angolo di mare, dove un attimo prima aveva regnato l’oscurità, adesso, al passaggio di quel raggio, tutto appariva luminoso, distinto, distinguibile, per poi ricadere nell’ombra e ancora nel buio fino al prossimo passaggio, dove di nuovo tutto si sarebbe riacceso come fosse la prima volta.
Quel faro, per lei, era come la vita.
Come quando tutto ti pare fermo, buio, senza speranza e poi di nuovo, invece, accade un fatto improvviso e ti sembra di rivivere, di respirare ancora nella luce da raggiungere.
Quel faro, chissà a quante navi aveva indicato la rotta per non perdersi.
Chissà quante vite si erano affidate a lui per rincontrare cari ed affetti, per dare e ricevere baci e abbracci, per portare cibo e salute.
A quel pensiero, Elisa si svegliò di soprassalto.
E dal momento in cui si era spaventata ad ora, non erano passati che pochi minuti.
Il faro sparì pian piano lasciando il posto a un uomo sulla trentina, coi capelli ricci e lo sguardo penetrante. Non era bello, però Elisa vide che anche lui, come il faro, emanava una luce intensa, forse per tanti terrestri non visibile, ma per lei sì…
“Cos’era quell’essere che mi ha attaccato ?”, chiese all’uomo, con la voce ancora rotta dallo spavento.
Babu la fissava e sembrava sorriderle.
Morbidi fiocchi di neve cominciavano a sganciarsi dal cielo, per atterrare sulla deliziosa capanna e sul manto erboso che la circondava.
“Era uno Yeti. Ogni tanto se ne incontra qualcuno in giro per lo spazio. Non preoccuparti, di solito non tornano più nei luoghi dai quali sono stati scacciati”.
Dalle labbra di Elisa uscì un flebile “grazie”, ma dovette reprimere l’impulso di abbracciare quell’uomo vestito come un principe e il suo elefantino azzurro.
Proprio in quel momento, suo padre uscì dalla capanna sbadigliando, sorpreso che ci fossero degli ospiti.
“Mi sono perso qualcosa ?”, disse, aggrottando la fronte.
“Sì, Papà…ti sei perso i miei salvatori”.
Io e Babu avremmo voluto subito perderci nel suo abbraccio, nonostante la conoscessimo da pochi secondi. Quante paure leggevo nei suoi occhi! Avrei voluto cancellargliele in un attimo, carezzarle il cuore e donarle tutta la felicità del creato.
L’aspetto del padre di Elisa, benchè fosse appena sveglio, pareva essere dolce e autoritario e il suo timbro di voce deciso sembrava non avere bisogno di alcuna replica.
“Ah! Bene !” esclamo, “Loro sono i salvatori, allora per distinguerli li chiamerò:
Totò e Sasà “, poi, rivolgendosi ad Elisa con un sorriso abbozzato, le domandò:
“ E questi due insipienti da cosa ti avrebbero salvato?!”
“ Oh papà!” disse lei mortificata dal modo in cui suo padre si stava comportando con i nuovi arrivati.“ C’era uno Yeti, uno di quelli cattivi, stava per assalirmi e io ho avuto tanta paura e loro, per fortuna, lo hanno cacciato.”
“Lo hanno cacciato?” L’interruppe il padre sgranando gli occhi e portando la testa in avanti!
“E noi, secondo te, abbiamo attraversato l’universo per arrivare qui e far ciò che sulla terra consideravamo sbagliato? E dove sono i tuoi principi di ospitalità!?
Oh figlia mia, devi crescere! Sei ancora ancorata a falsi pregiudizi. Ti ricordi quando da bambina ti leggevo il piccolo principe? Ricordi cosa chiese la volpe al piccolo principe?”
“Addomesticami”, disse lei
“E hai compreso il significato di questa parola?”
Elisa non fu tempestiva nella risposta e il padre continuò, scandendo la parola sillaba dopo sillaba. “ AD DO ME STI CA MI e per addomesticar ci vuol pazienza, rispetto, costanza, amore. Se vuoi addomesticar un leone, non lo caccerai di certo per ogni ruggito…Tutti, ci mettiamo addosso una corazza per la paura di essere aggrediti, noi uomini come gli animali, e fino a quando non si comincia a cambiar questo sistema non ci sarà in nessun luogo un pianeta di pace. E allora, occorre che qualcuno sia disposto a vivere senza difendersi. Certo, all’inizio, sembrerà che l’indifeso sia soggiogato dal più forte ma, pian piano, il più forte capirà che non ha bisogno di mostrare la sua forza a nessuno e quindi, comincerà ad avere un rapporto paritario. Tu, allora, potresti dirmi che il lupo approfitterebbe così di ogni pecora, come l’uomo furbo dell’uomo ingenuo e invece no, mia cara figlia. Perché gli Uomini hanno una cosa che li accomuna, e questa è la possibilità di comunicare tra loro. Per comunicare intendo il reciproco scambio di pensieri, di idee, di sensazioni. Se il lupo sapesse parlare il pecorese, e la pecora il lupano, stai tranquilla, che già pecora e lupo si sarebbero trovati in perfetta alleanza per venir contro noi uomini. Non solo, noi uomini non abbiamo mai voluto imparare nessuna delle due lingue, ma non abbiamo voluto imparare neanche quella che ci dovrebbe accomunare come razza umana.”
Poi, rivolgendosi ai nuovi arrivati, continuò:
“ Ritengo che ci siate rimasti male per il mio giudicarvi insipienti senza conoscervi, ma pensate a quanto sia rimasto male lo yeti venuto qui.”
Dopo un attimo di silenzio l’uomo riprese il suo discorso:
” Se io non fossi ospitale, voi due potreste essere considerati da me pericolosi come lo yeti. Immaginiamo che lo yeti sia ipoteticamente il lupo cattivo, o solo per sentito dire cattivo, e lo cacciamo; voi potreste essere le pecore buone che si cibano della mia erba preferita. E allora, che fare? Ancor prima di conoscervi, vi devo cacciare? Quindi se c’è posto per la pecora, ci sarà anche quello per lo yeti. E se tornerà, impareremo insieme ad addomesticarlo.”
E con un sorriso spiazzante, pieno di luce e di infinito, l’Uomo allargò le sue braccia per poi ricongiungerle accostando a sè figlia e nuovi arrivati.
Babu, che ancora non sapeva se lui fosse Totò o Sasà, sentì nel suo cuore una gioia immensa e percepì perfettamente che lì, tutti, stavano ricevendo tutta la felicità del creato mentre il cielo, colorandosi di indescrivibili tinte, continuava a regalare leggeri fiocchi di neve soffici e puri.
Certe volte, si vivono momenti così belli che sembra di sognare!
Elisa si risvegliò di colpo nella sua stanzetta, piena di quadri di Keith Haring alle pareti e di cartoline della Sicilia sul comodino. Babu, l’elefantino di pezza, le stava come sempre accanto. La ragazza si rammaricò che fosse solo un sogno, stava quasi per piangere, poi una voce la riportò nelle sue dolci fantasie, questa volta reali.
“Ecco cornetto e cappuccino, per la mia principessa”, le disse il suo principe, ai piedi del letto. Lei pianse e si lanciò subito ad abbracciarlo, lui sentì finalmente il cuore colmo di gioia, dopo anni di tribolazioni. Babu, invece, pensò che per il suo abbraccio c’era ancora tempo e mosse la sua proboscide verso la squisita colazione.
Carlo Bramanti & Daniela Lampasona
Foto di Carlo Bramanti
L’estate stava finendo, come la mia illusione di avere accanto una persona che mi amasse davvero, per quello che ero. Il mare interno delle mie incertezze era ancora più agitato della vasta distesa d’acqua che mi stava di fronte e che cullava barche con strani nomi, cui il mare aveva tolto una o più lettere. I pescatori buttavano reti fallate, oscillando nella voce turbata del mare, con occhi luminosi e bocche serrate, immersi in un silenzio squarciato, di tanto in tanto, da roboanti tuoni. I turisti di S’Archittu adesso fuggivano, dai loro sogni, dalle raffiche improvvise di vento, onde spumose entravano in un surreale arco di roccia e uscivano con tutta la furia cieca della natura per spruzzare il cielo plumbeo, bagnando il mio viso e quello di una ragazza chiamata Illusione, che quel giorno, non potevo sapere, avrei baciato per l’ultima volta.
L’ultimo giorno a S’Archittu, l’ultimo con lei.
Sedevo nel suo morbido abbraccio, su uno scoglio reso ancora più scivoloso dai fuochi d’artificio di un mare che mai più sarebbe stato così affascinante e misterioso. Non so perché, mi voltai.
Lei, l’anziana signora che a piedi nudi sedeva sempre di fronte a queste magiche acque volgendo lo sguardo all’immensità, parve sbucare fuori da un sogno quieto; nessuno la notava, fuorché me, ma lei c’era sempre… seduta su un piccolo scoglio, lasciava che una dolce carezza marina le lambisse i piedi, impietosamente macchiati dal tempo andato. Aveva un’orchidea bianca in mano e l’aria di chi, in quell’odore d’infinito, stesse aspettando una farfalla iridescente, che si posasse sul suo cuore stanco ma colmo di tesori.
Chissà quante storie avrebbe potuto raccontarmi, chissà quante cose avrebbe potuto insegnarmi, pensavo nel mio ultimo abbraccio.
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Immerso in quell'abbraccio che mi pareva senza tempo, non mi resi conto che il cielo stava regalando altre lucenti gocce.
Esse cadevano, volteggiando in una leggiadra danza.
Era come però se ciascuna goccia non riuscisse mai a raggiungere un contatto con l'altra piccola perla d'acqua simile a lei.
La danza era per ognuna solitaria, come se fra di loro si sfuggissero, impaurite da quel misterioso unirsi nella caduta; così, divise e veloci, si tuffavano nel mare che pareva attenderle per disperderle e confonderle.
L'anziana donna, il cui sguardo fino ad ora era stato rivolto verso l'infinito, seduta sullo scoglio, pareva adesso divertirsi.
Con la sua orchidea, giocava a far entrare le gocce nel piccolo foro del fiore e si dondolava ora a destra ora a sinistra.
Chissà, pensai, se quello poteva essere un gioco occasionale o invece un passatempo ripetuto tante volte per sentir meno il peso della solitudine.
Quel suo cullarsi mi inteneriva e mi entrò nel cuore così tanto, da trasformare l'abbraccio che vivevo in una speranza che mi parve incrollabile.
Poi, vidi la donna tendersi in avanti, sempre più avanti, sempre più avanti...
"Ehi!, voi due, andate a bagnarvi da un'altra parte, non lo capite che qui è pericoloso?", urlò un pescatore che aveva rinunciato a lottare contro il mare.
E neanche sentì la goccia che quasi di nascosto gli si era posata sulla mano, a percorrere la sua linea di felicità oramai da tempo spezzata dalla morte improvvisa della moglie.
Sentì per un attimo, sul palmo, la carezza della donna che aveva amato più della sua stessa vita, poi Mattia, questo il nome del burbero pescatore, tornò al suo mare e, immerso negli occhi indelebili dell’amore, lo respirò con tutto se stesso.
Sporgendosi, l’anziana donna vide il suo viso riflesso nell’acqua, ma non il suo viso di ora, quello di tanti anni fa. Fu un attimo, e in quell’istante infinito rivisse tutta la vita, quando ancora giovane e bella andava a sedersi sullo scoglio lasciando che l’acqua cristallina le carezzasse i piedi nivei e affusolati. Anche allora cercava quello che in fin dei conti tutti gli esseri umani cercano: un abbraccio sincero nel quale perdersi e condividere le gioie del mare e della vita. Anche se molti uomini l’avevano delusa, pensò, era valsa la pena cercare e mostrarsi per ciò che era sempre stata, con tutta la dolcezza di un cuore grande ma con mille debolezze dentro. L’abbraccio forte e sincero alla fine lo aveva trovato, in un giorno di mare agitato, in cui acque spumose entravano nell’arco di roccia e spruzzavano il viso degli innamorati d’infinite lacrime di gioia. L’uomo che l’aveva resa felice non c’era più, certo, ma lei lo sentiva dappertutto in quel luogo, lo rivedeva negli occhi dei ragazzi innamorati, nella voce passionale -come la prima notte insieme- del mare inquieto, nella carezza di quella farfalla macchiata di arcobaleno che tra un attimo l’avrebbe di nuovo raggiunta per scaldarle le mani tremanti e l’animo che odorava di spuma.
“Mi scusi, signorina…posso sedermi sullo scoglio accanto a lei ?”
Un uomo sulla trentina, con un fisico statuario e un ciuffo alla Elvis, le si sedette accanto e lei non poté dire di no ai suoi grandi occhi azzurri.
La giovane e bella Lucia lasciava che il mare le carezzasse le estremità e porgeva il viso a un lembo terso di cielo, e alle perle d’acqua che adesso le si posavano sulle palpebre e sui lunghi riccioli dorati.
Ad un tratto sentì la mano dell’uomo sulla sua. Era vigorosa e dolce allo stesso tempo, come se una nuvola la carezzasse, come se quella giornata provenisse da un sogno che difficilmente avrebbe dimenticato.
Quando riaprì gli occhi, le bastò un attimo per smarrirsi in quelli dello sconosciuto, azzurrità che in un silenzio magico le schiudevano il cuore a un nuovo tempestoso mistero… era Amore?
A un passo dall’arco di roccia, sotto un fulgido e improvviso arcobaleno, si baciarono, senza dire nulla.
Fu allora che una farfalla senza colore, sbucata dai biancospini, sfiorò i loro visi bagnati e, leggiadra, volò verso l’indaco.
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I due visi accostati, l'uno di fronte all'altro, avevano descritto una strana forma.
Era come se due alberi avessero lasciato che le loro fronde cimose, spinte da un vento proveniente da lati opposti, si protendessero l'uno verso l'altro.
I rami, ancora tiepidi di sole, si sfioravano teneramente alla ricerca l'uno dell'altro e, nel leggero frugarsi, la linfa vitale raggiungeva anche le foglioline più nascoste.
L'accogliente calore di quelle labbra permetteva di potersi perdere in un ritrovato abbandono di sensazioni, dove tutti i sensi si esaltavano e si annullavano in un andirivieni di emozioni.
Così, all'improvviso, un bacio.
I battiti del cuore avevano perso la loro naturale sincronia e tumultuosi gareggiavano a sfidare il sorgere di spuma continua che il mare creava al suo battere vigoroso su uno scoglio.
Storditi in questo magico labirinto di sensi, era difficile trovare la via che li potesse condurre in un sentiero più terreno.
Quanto tempo stettero lì?
Forse solo un attimo o forse solo una vita.
Il tempo alcune volte non si può misurare.
" Non chiedermi chi sono", le disse lei , appena potè, portandogli due dita sulla bocca e pressando leggermente le sue labbra calde.
" Forse sono quest' aria fresca che ti passa fra i capelli, o forse sono...la vedi? Quella farfalla lì senza colore! O chissà, forse sono solo una donna...una donna vera o creata dalla tua fantasia... che importa! Ciò che importa è che sono qui".
"Ecco cosa mi ha donato oggi il mare...te! Tante volte, quando le acque tempestose stavano per avvolgere la mia barca e io invece vincevo onda su onda, ho sempre chiesto al mare perchè in ogni lotta mi facesse degno di vittoria. Il mio ricco pescato era un approdo solitario, mai una mano alzata in gesto di saluto, mai un abbraccio o un viso caro in cerca del mio viso. Ora, mentre sei qui, di fronte a me e ti guardo, così leggiadra e forte, capisco che il mare sapeva già la nostra storia".
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“La farfalla è solo uno specchio e il segreto della vita è nascosto tra le sue ali color mare”, l’anziana Lucia sussurrò queste parole alle acque inquiete, poi si piegò in avanti e, ritrovando per un momento la forza d’un tempo, lanciò alle onde l’orchidea il cui biancore si confuse subito con la spuma, mentre suo figlio Mattia, da solo, si allontanava pian piano dagli scogli sui quali era cresciuto, ora deciso a sfidare e a vincere, come anni prima suo padre, la tempesta e il mare. Lucia lo guardava in silenzio divenire un punto indistinto all’orizzonte insieme a “ Doria“, la piccola barca dalla carena scrostata che lei stessa gli aveva regalato per il suo diciottesimo anno di età. La barca oscillava, cullata dalle onde, come l’orchidea, e Lucia per un momento pensò che fossero la stessa identica cosa: la nascita di Mattia era stata il fiore più bello che la vita le aveva donato, ma ora sentiva che dovevano separarsi, che doveva lasciarlo andare, proprio perché l’amava. Un giorno si sarebbero rincontrati e lei l’avrebbe sentito libero da ogni paura: Mattia aveva ritrovato il coraggio che dalla morte della moglie gli era mancato, quello di rischiare e vivere.
Doria divenne un puntino verde speranza fino a sparire agli occhi di Lucia, le cui lacrime si confusero col mare, per divenire carezze future per chi un giorno, dopo di lei, si sarebbe seduto su quegli scogli e avrebbe creduto e atteso le ali di una farfalla color mare.
Col viso che le brillava ancora di scie di pianto, la donna si alzò dallo scoglio e, salutato con la mano l’infinito, affidò un bacio alla fresca aria di mare.
Lucia, ripiegata un po’su se stessa, si incamminò verso il sentiero, come se un masso pesante le fosse stato poggiato sulle spalle.
Il suo procedere iniziò lento e grave, forse come i suoi pensieri.
Eppure, man mano che camminava, le sembrò che il suo animo si andasse sempre più liberando da qualcosa, che la sua andatura diventasse sempre più gaia, sempre più eretta.
Le parve che i polmoni si aprissero in maniera così ampia da permetterle di respirare un’aria piena di fragranze e profumi mai sentiti.
Le venne di cantare!
E cantò.
La sua voce intonata gareggiava col ritmo festante degli uccellini che, per niente spaventati, parevano accompagnarla lungo il suo incedere.
Cantava e ballava come una bambina spensierata.
Ogni tanto si fermava davanti ai ruvidi tronchi degli alberi, e carezzava le foglie capricciose che scendevano lungo i rami, e carezzava i fiori che straripavano di colori e di vita.
Tutto era una tenera attenzione nuova, lieta, gioiosa.
Che strano, pensò!
Proprio adesso che si sentiva priva di peso, le pareva invece di star lasciando delle impronte profonde.
Si commosse a quel pensiero e si sentì felice, mentre una piccola farfalla colore mare, posatasi sulla sua spalla, l’accompagnava sino alla fine di un dolce viaggio, ora senza rimpianti.
Carlo Bramanti e Daniela Lampasona
Foto di Carlo Bramanti










Ferdinandea
Laboratorio di scrittura sulla Memoria
Sono aperte le iscrizioni
Il laboratorio è gratuito e rivolto ad adulti e giovani. Le sessioni creative si svolgeranno nei giorni 1, 2 e 3 agosto 2008 nei locali della Pro-loco di Alimena, Piazza Regina Margherita 32, alle ore 18.30. Il laboratorio sarà condotto da Alessandro De Lisi, giornalista e scrittore, da anni impegnato nella lotta contro la mafia e nella tutela della memoria dei protagonisti “periferici” del Novecento. È consulente per istituzioni e privati di economia e gestione dei Beni Culturali ed esperto di heimat del Mediterraneo. Per le iscrizioni potete rivolgervi al numero 320 3318032
Parteciperà la Compagnia Teatro della Rabba di Petralia Sottana
La PROLOCO e il COMUNE di ALIMENA bandiscono il V CONCORSO
“ALIMENA SOTTO LE STELLE DELLA LETTERATURA“
dedicato alla memoria del prof. Rosario Giacomarra

Il concorso si articola nelle seguenti sezioni:
SEZIONE A : poesia a tema libero in lingua italiana, inedita;
SEZIONE B : poesia a tema libero in lingua siciliana, inedita;
SEZIONE C : poesia a tema “la diversità”, in lingua italiana,inedita;
SEZIONE D : poesia a tema “la diversità”, in lingua siciliana, inedita;
SEZIONE E : racconto a tema libero, inedito;
SEZIONE F : racconto a tema “la diversità”, inedito;
SEZIONE G : poesia o racconto a tema libero categoria bambini e ragazzi max
tredici (13) anni, inedito;
Ciascun concorrente potrà partecipare anche a più di una sezione, con un solo componimento per ciascuna sezione. Le opere devono essere inviate nel numero di sei (6) copie cartacee anonime, accompagnate da scheda di iscrizione, all’indirizzo Pro Loco Alimena, P.zza Regina Margherita 32,90020, Alimena (PA) entro e non oltre il 1 Agosto 2008 ed una copia via mail ,corredata di nota biografica, all’indirizzo prolocoalimena@tiscali.it. Ad ogni partecipante, esclusa la categoria bambini e ragazzi, è chiesto di contribuire con una quota partecipativa pari a Euro 10,00.
Le opere saranno esaminate da una giuria altamente qualificata, composta da personalità del mondo letterario regionale e nazionale, che si riserverà nel suo insindacabile operato di assegnare i premi e di conferire, ove riterrà opportuno, riconoscimenti speciali. La Pro Loco si impegnerà a pubblicare le opere del concorso e gli autori non potranno chiedere alcun diritto.
Le premiazioni si svolgeranno nelle serate del 21, 22 e 23 Agosto, dedicate al Premio.
Per ulteriori informazioni consultare il regolamento e contattare i seguenti numeri telefonici: 0921 64631 (Pro Loco),0921 646006, 320 3318032. Il bando e la scheda di partecipazione sono disponibili presso la sede della Pro Loco e scaricabili , visitando i siti : www.alimenaonline.eu e www.alimena.com .
REGOLAMENT0
V CONCORSO “ALIMENA SOTTO LE STELLE DELLA LETTERATURA”
dedicato alla memoria del Prof. Rosario Giacomarra

ART.1
Il concorso si articola nelle seguenti sezioni:
Sezione A : poesia a tema libero in lingua italiana.
Sezione B : poesia a tema libero in lingua siciliana.
Sezione C : poesia a tema “ la diversità” , in lingua italiana.
Sezione D : poesia a tema “ la diversità”, in lingua siciliana.
Sezione E : racconto a tema libero.
Sezione F : racconto a tema “ la diversità”
Sezione G : poesia o racconto a tema libero categoria bambini e ragazzi max tredici (13) anni.
ART.2
Ciascun autore potrà partecipare anche a più di una sezione, con un solo componimento per sezione.
ART.3
Gli elaborati devono essere inediti redatti in sei (6) copie cartacee anonime, accompagnate da scheda di iscrizione. Gli autori dovranno spedire il tutto in busta senza nessun segno di riconoscimento e senza mittente, indicando sul fronte la sezione o le sezioni scelte. Una copia ,in formato digitale ,corredata dai dati anagrafici, deve essere inviata all’indirizzo prolocoalimena@tiscali.it.
ART.4
I dati personali verranno trattati ai sensi del D.Lgs. 196/2003.
Le opere dovranno pervenire, inderogabilmente entro e non oltre il 1 Agosto 2008, presso il seguente recapito:
PRO-LOCO ALIMENA
V0 Concorso “Alimena sotto le stelle della letteratura”
P.zza Regina Margherita, 32 , 90020
Alimena (PA)
Sicilia , Italia
ART.6
Ad ogni partecipante, esclusa la categoria bambini e ragazzi max tredici(13) anni,è chiesto di contribuire con una quota partecipativa pari a euro 10,00.
ART.7
Le opere saranno esaminate da una giuria altamente qualificata, composta da personalità del mondo letterario regionale e nazionale, che si riserverà nel suo insindacabile operato di assegnare i premi e di conferire, ove riterrà opportuno, riconoscimenti speciali.
ART.8
Tutti i partecipanti sono invitati alla cerimonia di premiazione che si svolgerà ad Alimena nelle serate del 21, 22 e 23 Agosto 2008, dedicate al Premio.
ART.9
La Pro Loco si impegnerà a pubblicare le opere vincitrici del Concorso in un’antologia e gli autori non potranno chiedere alcun diritto.
ART.10
I concorrenti con l’invio dei lavori, implicitamente accettano l’osservanza delle disposizioni di questo regolamento ed autorizzano la pubblicazione dei componimenti
“ Alimena sotto le stelle della letteratura”
Edizione 2008

ELISABETTA BUCCIARELLI,
VALENTINA GEBBIA,
VALERIO VARESI, LEONARDO GORI E DARIO FALLETI I FINALISTI DELLA QUARTA EDIZIONE DEL PREMIO AZZECCAGARBUGLI AL ROMANZO POLIZIESCO
Elisabetta Bucciarelli con Dalla parte del torto (Mursia), Valentina Gebbia con Palermo, Borgo Vecchio (Edizioni e/o), Valerio Varesi con Oro, incenso e polvere (Frassinelli), Leonardo Gori con Musica nera (Hobby&Work) e Dario Falleti con La virtù del cerchio (Edizioni Il Filo) sono i finalisti della quarta edizione del Premio Azzeccagarbugli al Romanzo Poliziesco, promosso dalla Provincia di Lecco e dal Comitato Regionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria Lombardia con il Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Lecco.
La scelta dei cinque finalisti è avvenuta mercoledì 9 luglio a Villa Monastero di Varenna, al termine della votazione pubblica da parte della giuria composta da Ben Pastor (presidente), Alessandra Casella, Barbara Garlaschelli, Carlo Oliva e Stefano Rottigni: la serata è stata presentata da Luca Crovi.
Il vincitore sarà proclamato il 26 settembre al Teatro della Società di Lecco, quando avverrà lo spoglio delle schede votate dai 100 lettori della giuria popolare, estratti a sorte tra coloro che effettueranno l’iscrizione entro il 15 luglio sul sito www.premioazzeccagarbugli.it.
L’incontro con il pubblico dei cinque finalisti avverrà a Villa Greppi di Monticello Brianza, durante la rassegna di narrativa poliziesca La passione per il delitto, la cui sesta edizione si svolgerà dal 26 settembre al 12 ottobre.
Ai cinque autori finalisti verrà assegnato un premio così ripartito:
quarto e quinto classificati: 1000 euro
secondo e terzo classificati: 3000 euro
vincitore: 6000 euro

amici...
Ho amici che non sanno quanto sono miei amici.
Non percepiscono tutto l'amore che sento per loro né quanto siano necessari per me.
L'amicizia è un sentimento più nobile dell'amore.
Questo fa sì che il suo oggetto si divida tra altri affetti, mentre l'amore è imprescindibile dalla gelosia, che non ammette rivalità.
Potrei sopportare, anche se non senza dolore, la morte di tutti i miei amori, ma impazzirei se morissero tutti i miei amici!
Anche quelli che non capiscono quanto siano miei amici e quanto la mia vita dipenda dalla loro esistenza...
Non cerco alcuni di loro, mi basta sapere che esistono.
Questa semplice condizione mi incoraggia a proseguire la mia vita.
Ma, proprio perché non li cerco con assiduità, non posso dir loro quanto io li ami.
Loro non mi crederebbero.
Molti di loro, leggendo adesso questa "crônica" non sanno di essere inclusi nella sacra lista dei miei amici.
Ma è delizioso che io sappia e senta che li amo, anche se non lo dichiaro e non li cerco.
E a volte, quando li cerco, noto che loro non hanno la benché minima nozione di quanto mi siano necessari, di quanto siano indispensabili al mio equilibrio vitale, perché loro fanno parte del mondo che io faticosamente ho costruito, e sono divenuti i pilastri del mio incanto per la vita.
Se uno di loro morisse io diventerei storto.
Se tutti morissero io crollerei.
E' per questo che, a loro insaputa, io prego per la loro vita.
E mi vergogno perché questa mia preghiera è in fondo rivolta al mio proprio benessere.
Essa è forse il frutto del mio egoismo.
A volte mi ritrovo a pensare intensamente a qualcuno di loro.
Quando viaggio e sono di fronte a posti meravigliosi, mi cade una lacrima perché non sono con me a condividere quel piacere...
Se qualcosa mi consuma e mi invecchia è perché la furibonda ruota della vita non mi permette di avere sempre con me, mentre parlo, mentre cammino, vivendo, tutti i miei amici, e soprattutto quelli che solo sospettano o forse non sapranno mai che sono miei amici.
Un amico non si fa, si riconosce.
-Vinicius De Moraes-


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Sembran barchette di carta
scritte a penna o al pc,
ma son velieri
che navigano nei meandri dell’anima
e veleggiano
ricolmi di tesori antichi e futuri;
di pensieri, di speranze.
Alcuni approdano
in un porto che li attende,
altri
restan abbracciati al mare.
Daniela Lampasona


"Metà bianchi metà neri"
finalista
Premio Racalmare Sciascia scuola
finale il 24 maggio 2008
Nella mia isola siamo tutti bianchi. Da due giorni, però, siamo metà bianchi e metà neri.
A Linosa, isola di 450 abitanti nel Canale di Sicilia, naufraga un barcone con 400 migranti. Questa è la storia della convivenza, durata il tempo di un nubifragio, fra la gente dell'isola e i naufraghi. A raccontarla è Torè, un ragazzino convinto che l'amore sia la cosa più forte del mondo.
Edizioni Viaggidicarta 2007
pagg.91 Euro 10,00






